M O N F E R R A T O A R T E

ASSOCIAZIONE CASALESE ARTE E STORIA PARCO NATURALE E AREA ATTREZZATA
DEL SACRO MONTE DI CREA
MUSEO CIVICO DI CASALE MONFERRATO
Home
Indice dei luoghi
Indice dei nomi
di persona
Indice dei titoli e
dei santi titolari
Bibliografia
 
Avvertenze
Segnalazione Contributi

 

Scheda precedente
Scheda successiva
 
CAMINO

CAMINO

 

Dial. Camìn. Caminum, 1100 [BSSS 70, doc. 64, p. 78]. Nel 1929 a Camino furono aggregati i comuni soppressi di Castel San Pietro Monferrato e di Brusaschetto. Contemporaneamente fu staccata dal comune di Mombello Monferrato e aggregata al comune di Camino una parte della frazione Isolengo [Variazioni 1930, p. 10].

Abitanti: 535. Distanza da Casale Km 17 ‑ Altezza: m 252 s. m. Provincia di Alessandria.

Parrocchia di S. Lorenzo. Prima citazione della pieve di Cornale (Cornate) nella diocesi di Vercelli attorno alla metà del sec. X [Ferraris 1938, p. 93]; il titolo di S. Lorenzo è indicato nel 1197 [BSSS 89, doc. 7, p. 12]. Tra XII e XIII secolo la denominazione di Camino si sovrappose a quella di Cornale: nel 1299 il luogo della pieve era indicato de Cornali sive de Camino [ARMO, p. 38]. La chiesa apparteneva alla comunità, ma, attorno al 1337, il feudatario Tommaso Scarampi si adoperò anche finanziariamente per affrettare la ricostruzione dell'edificio [Sisto 1963, pp. 50, 201]. Nel 1474  la parrocchia passò alla nuova diocesi di Casale [De Bono 1986, p. 34]. Nel 1584 conservava il titolo di plebania anche se la parrocchia era stata riedificata entro le mura [Bo 1980, pp. 157-58].

Chiesa parrocchiale, S. Lorenzo martire: è posta su una collinetta tra il rione Cornale e il paese alto. Costruita alla fine del sec. XVII; consacrata il 17/6/1798 da mons. Ferrero della Marmora [AD 1991, p. 103].

Sagrato in ciottoli composito e monumentale, con monogramma (lettera «M») [Novo 1996, p. 77], quasi del tutto nascosto dall’erba. In facciata è posta una statua di marmo bianco della Madonna, sul cui piedistallo è visibile lo stemma degli Scarampi [Grignolio 1993, pp. 22-23]. La facciata in laterizi a vista ricorda quella della parrocchiale di Casorzo nel fastigio curvilineo; al corpo centrale sono affiancati due elementi laterali che ripetono il motivo centrale, ma terminano con un timpano triangolare. Portone ligneo del 1749 (data ricomparsa nel 2000 durante un restauro) [Omicron 2000]. Sulla parete meridionale sono presenti due quadranti solari mal conservati con gnomone ortogonale [Mesturini 2008, p. 17]. L’interno riprende la divisione anticipata dalla facciata: un grande vano centrale, coperto con volte a crociera cui sono affiancati due volumi laterali anch’essi coperti da crociere [Celoria 1989, p. 155]. Gli affreschi della volta (Interrogatorio e martirio di S. Lorenzo) e sulle pareti del presbiterio (S. Giovannino porge lEucaristia alla Madonna e Cena di Emmaus) sono di Luigi Morgari (1932). Pavimento del presbiterio in mosaico (1864) [Grignolio 1993, p. 23]. Nel coro c’è una grande tela raffigurante S. Lorenzo (sec. XVII). Altare delle Anime dono del vescovo di Asti Arborio Gattinara (1795). Alla parete nord è addossata la cappella funeraria degli Scarampi, intitolata alla Madonna del Rosario, edificata attorno al 1870 in stile neogotico su disegno del marchese Ferdinando [Niccolini 1877, pp. 475-76]; la statua della Madonna del Rosario, accolta in una nicchia vetrata, è contornata da formelle ottagonali coi Misteri. Fra la cappella e il presbiterio c’è una nicchia con statua in stucco dipinto di S. Lorenzo giovane, recante in una mano la graticola, nell’altra il libro dei conti della Comunità. Bei confessionali in noce di inizio sec. XIX a forma di tempietto con cupola emisferica, simmetrici. Interessante il pulpito decorato coi busti dorati dei quattro Evangelisti. Gli scomparti interni dei battenti della porta d’ingresso sono dipinti con due angeli, d’ispirazione moncalvesca [Grignolio 1993, pp. 23-24]. Organo dei Mentasti (1866) [AD 1991, p. 103]. Nel 1971 furono rubati 16 candelabri barocchi [Grignolio 1993b].

S. Gottardo: si trova a sud del castello, poco fuori le mura. Secondo una tradizione non confermata fu eretta forse all’inizio del sec. XV dagli Scarampi, banchieri di origine astigiana. Gottardo era vescovo di Hildesheim, compatrono della cattedrale di Asti [Grignolio 1994, p. 20]. La presenza all'interno di capitelli a crochet depone per una fondazione dell'edificio sacro tra fine XIII e inizio XIV secolo. La prima citazione della chiesa è del 1546, e a quella data era il Comune a provvedere alle spese necessarie per la manutenzione. Prima del 1584 vi era insediata la confraternita dei disciplini, che costruì un soppalco ligneo all'ingresso della chiesa, per le proprie funzioni; nel 1650 fu costituita ufficialmente la confraternita di S. Gottardo. Fino al Seicento avanzato la chiesa era a due navate di diversa ampiezza, ciascuna con un proprio portale: quella minore, di sinistra, venne eliminata probabilmente nella prima parte del sec. XVIII. Nel terzo decennio del Settecento, allo scopo di rendere l'edificio più sicuro, fu chiuso l'arco trionfale, venne rimosso il soppalco e fu rifatto il portale [Sartor 2016, pp. 204-05, 224-25]. Nel 1909 venne comprata una nuova campana [Maffei 1999]. Nel 1911 la chiesa fu elencata tra gli edifici monumentali nazionali, con segnalazione degli affreschi del 1478 [Alessandria 1911, p. 16]. Nel 1997 è stata ricostituita la confraternita di S. Gottardo col fine principale di un recupero completo della chiesa abbandonata da anni: i lavori di restauro (1997-2000) hanno riguardato le fondamenta, le murature e gli affreschi interni; i coniugi Eugenio e Marisa Piazza hanno donato un altare, il cui sostegno, costituito da un blocco di marna calcarea di Verrua Savoia, è stato scolpito da Giovanni Albertone con una scena del lavoro nelle cave [Maffei 2003].

Muratura in mattoni a vista. Facciata a capanna rivolta a nord, culminante con tre pinnacoli, rinforzata da quattro contrafforti che raggiungono i 2/3 dell’altezza. Nel settore centrale c’è un modesto portone con semplice cornice sagomata, sovrastata da una finestra centinata; tra la cornice e la finestra è visibile l'arco gotico tamponato del primitivo portale. Sul fianco sinistro si erge il campanile; sullo stesso lato due grandi arcate sottomurate a tutto sesto sono traccia della navatella demolita; alla base di destra della prima arcata è inserito un frammento di stemma lapideo. Pianta rettangolare a navata unica, divisa in due campate con volte a crociera costolonate e piccola abside poligonale, separata dall'aula dalla parete che chiude l'arco trionfale; il passaggio è consentito da due aperture rettangolari ai lati dell'altar maggiore. L'imposta dei costoloni è costituita da bei capitelli a crochet. All'altare maggiore è posta una tela di fine Ottocento raffigurante S. Gottardo in gloria, al di sopra del paese di Camino [Sartor 2016, p. 213]. All'altare laterale di sinistra è posta una tela raffigurante il martirio di S. Orsola (secondo quarto del sec. XVII) [Sartor 2016, p. 223]. Sulle pareti si conservano interessanti pitture murali (già imbiancate a calce per disinfestazione dopo qualche pestilenza). Alla parete destra: S. Agata, con finta cornice lignea (tardiva), stilisticamente simile alla successiva Madonna col Bambino su trono sormontato da angeli musicanti coi Ss. Sebastiano e Rocco (primo decennio del sec. XVI; citazione della Madonna di Crea, attribuibile secondo Mauro Natale a un pittore filo-spanzottiano con precedente di migliore qualità nel battistero di S. Giovanni a Varese) [Natale 1998, p. 122]. Sulla parete sinistra dell'aula, ricostruita tardivamente, mancano pitture murali. Nel coro a sinistra Madonna allattante su un semplice trono ligneo alle cui spalle è steso un drappo damascato (seconda metà sec. XV); a destra S. Radegonda, datata 1428, ma più probabilmente del 1478 («1428 hoc fecit fieri Joannes de …»), che presenta caratteri tipici dell'ambiente novarese della seconda metà del sec. XV; al di sotto compare uno strato affrescato più antico con una santa dal velo bianco (forse S. Caterina) e un frammento di vescovo benedicente (opera simile agli affreschi di S. Eusebio di Fabiano, datati 1422 o 1423). Sulla parete sinistra, ricostruita tardivamente, mancano pitture murali [Cuttica 1983a, p. 142; Sartor 2016, pp. 206-10]. Altri lacerti pittorici mal interpretabili sono comparsi tra il 1994 e il 1996, in seguito a un intervento di descialbatura. Dopo gli ultimi restauri, nel presbiterio sono ricomparsi alcuni riquadri dipinti con figure mal conservate: si riconoscono a destra S. Stefano e S. Sebastiano e a sinistra la Madonna col Bambino e santi, databili attorno al 1450 e attribuibili al Maestro di Domenico della Marca d'Ancona [Sartor 2016, p. 214]. Sono anche visibili alcuni dipinti murali che decoravano la parte alta delle pareti presso l'ingresso, dove in passato era collocato il soppalco dei disciplini; raffigurano Cristo alla colonna con S. Lorenzo e i discliplini incappucciati ai lati, la Madonna col Bambino e S. Giovannino e gli Evangelisti sulle vele della volta; sono attribuiti alla bottega di Ottaviano Cane (quinto decennio sec. XVI). Della medesima bottega, se non di Ottaviano stesso, è un riquadro dipinto nella parte bassa della parete di sinistra che presenta S. Rocco in venerazione della Madonna col Bambino; alla base del dipinto si legge il nome del committente «Bertigla» [Romano 1974, pp. 302-03; Sartor 2016, pp. 225-32].

Da S. Gottardo proviene il Trittico della Crocifissione del castello di Camino, presente da metà Seicento sopra l'altare maggiore della chiesa e portato nel castello a fine Ottocento [Negri 1902, p. 30; Boschiero 1998, p. 136; Sartor 2016, p. 213]; Giovanni Romano tende a identificare tale trittico con l’ancona commissionata da Francesco Sannazzaro ai fratelli Volpi nel 1504, originariamente destinata alla chiesa casalese di S. Maria degli Angeli [Vesme, IV, p. 1633; Romano 1970, p. 14].

S. Maria: in rione Cornale (dial. Curnà. Cornate, metà sec. X [Ferraris 1938, p. 93]). Segnalata agli inizi del sec. XVIII [Saletta 1711, vol. I, parte II, c. 26r]. E’ pericolante.

S. Bernardo: in rione Luparia (dial. Lüvàra. Luparia, 1336 [Sisto 1963, p. 195]). Segnalata agli inizi del sec. XVIII [Saletta 1711, vol. I, parte II, c. 26r]. Piccola aula rettangolare con abside; quadro con S. Bernardo.

Immacolata: in rione Villanova (dial. Vilanöva. Villanova, 1338 [Sisto 1963, p. 213]). Segnalata agli inizi del sec. XVIII [Saletta 1711, vol. I, parte II, c. 26r]. Piccola aula rettangolare; conserva una tela con l’Immacolata e santi.

S. Grato: donazione della marchesa Scarampi nel 1954 [AD 1974, p. 68]. Segnalata agli inizi del sec. XVIII [Saletta 1711, vol. I, parte II, c. 26r]. Di forma ottagonale irregolare; è abbandonata.

S. Rocco e S. Stefano: in frazione Zizzano (dial. Žižàn. Gizanum, 1212 [Pistan 2003, p. 312]). Era parrocchiale prima del 1700 [AD 1974, p. 68]. Sulla parete meridionale, alla base del campanile, è presente un quadrante solare mal conservato con gnomone polare, databile agli inizi del sec. XIX [Mesturini 2008, p. 18].

S. Emiliano: a Brusaschetto, all’estremo nord della frazione (dial. Brüžaschèt. Brusascha, 1167 [BSSS 42, II, doc. 4, p. 116]; Bruxascheta, 1251 [BSSS 89, doc. 139, p. 181]). Chiesa documentata dal 1212 [Pistan 2003, p. 317]; è probabile che la sua fondazione sia successiva alla traslazione del corpo di S. Emiliano, avvenuta a Vercelli attorno all'anno 1000 [Ferraris 1984a, p. 498]. Parrocchiale dal 1589, soppressa nel 1986 [Decreto vescovile 30/6/1986].

La costruzione dell’edificio attuale fu iniziata nel giugno 1700 e terminata nel 1724; primi restauri si resero necessari già nel 1728. L’altar maggiore fu realizzato nel 1707. Tra la fine del 1750 e la primavera del 1752 venne eretto il campanile (mastro Innocenzo Lanella o Laurella); nel 1758 fu completata la sacrestia (mastro Giovanni Ossenga); nel 1822 fu costruito il battistero (mastro Pedroletti). Si effettuarono interventi di consolidamento delle pareti negli anni ’80 del sec. XVIII; nei decenni successivi la chiesa continuò a manifestare segni di precaria stabilità, accentuati nel sec. XX dagli scavi delle sottostanti miniere di marna da cemento. Anche alcune case del paese furono seriamente danneggiate dagli scavi sotterranei e si giunse a programmare l'evacuazione della popolazione, costruendo nel fondovalle, poco lontano dalla sponda del Po, i caseggiati della “nuova Brusaschetto” per accogliere i 250 abitanti della frazione (progetto realizzato solo in minima parte nel 1962). Nel 1955 il campanile risultava inclinato di 40 cm verso la casa canonica; venne mozzato nel 1965. Nel 1956 fu emesso decreto di sgombero della chiesa, e nella visita pastorale del 1957 ne fu consigliato l’abbattimento, ma la chiesa fu ancora utilizzata fino al 1959; la funzione di parrocchiale fu allora assunta dalla cappella di S. Sebastiano [Coppo 2001, pp. 13-143]. La chiesa di S. Sebastiano non fu abbattuta ed è tuttora interdetta al culto.

S. Sebastiano: a Brusaschetto, all’estremo sud della frazione. Nei primi decenni del ‘700 la cappella campestre era intitolata ai Ss. Sebastiano e Fabiano; successivamente rimase solo il titolo attuale di S. Sebastiano. Nel 1882-83 l’edificio fu demolito e ricostruito dalla popolazione; nel 1931 la chiesetta era in buone condizioni, perché restaurata di recente. Alla fine degli anni ’50, dopo un nuovo rapido restauro, vi furono trasferite le funzioni parrocchiali dalla pericolante chiesa di S. Emiliano [Coppo 2001, pp. 18, 22, 55, 115, 143].

Aula rettangolare di ridotte dimensioni con abside e piccolo portico antistante. Può accogliere solo una trentina di fedeli. In una lunetta sopra l’ingresso è dipinto S. Sebastiano. Pareti esterne intonacate, campanile in mattoni a vista. Settecentesca statua lignea di S. Sebastiano sull’altare. Nel piccolo coro vi sono due quadri scuriti con santi di difficile individuazione, tra cui S. Liberata [Grignolio 1980, p. 226].

S. Caterina d’Alessandria: ex parrocchiale di Rocca delle Donne (dial. Roca dal Doni. Rocca, 1026 [BSSS 127, doc. 52, p. 66]; Roca domnarum, 1388 [Bozzola 1926, p. 36]). Nel 1026 e nel 1048 Rocca (non Rocca Brusasca, lettura errata che unisce due toponimi distinti) risultava tra i possedimenti dell'abbazia di S. Pietro di Breme [BSSS 127, doc. 52, p. 66; doc. 69, p. 91]. La prima attestazione di un cenobio, all'epoca verosimilmente dipendente dall'abbazia di S. Benigno di Fruttuaria, si trova in un atto di investitura redatto nel 1155 «in claustro sancte Marie de Roca» (molto dubbia è invece la data 1027, che risulta in documento posteriore di quattro secoli) [Sangiorgio 1780, p. 26; Panero 1979, pp. 189-90; Merlone 1995, pp. 145-48]. Guglielmo V di Monferrato, in seguito ad una transazione con l'abate di Fruttuaria, nel 1164 acquisì S. Maria della Rocca a favore della sorella Adelasia, con l'intento di fondarvi un monastero femminile [Moriondo 1789, doc. 49 bis, col. 65]; a comprovare l'avvenuta fondazione è un atto di donazione del marchese al monastero datato 1167 [BSSS 42, II, doc. 6, pp. 119-20; BSSS 89, doc. 1, pp. 1-2]. Però a causa dell'opposizione, talora violenta, esercitata dai monaci fruttuariensi, le religiose per oltre un decennio non poterono installarsi stabilmente nel monastero (per alcuni anni risiedettero nella dipendenza di Maranzana), ricevendo una conferma papale definitiva dei loro diritti solo nel 1182. Entro il 1184, forse in occasione della presenza in Italia dell'abate Lantelmo della Chaise-Dieu, i marchesi di Monferrato e l'abate di Fruttuaria donarono il monastero alla congregazione benedettina d'oltralpe (in particolare alla dipendenza femminile di Comps-Lavaudieu). Il passaggio alla potente congregazione di La Chaise-Dieu aumentò il prestigio del cenobio; d'altra parte la lontananza della casa madre ne favorì una discreta autonomia [BSSS 42, II, doc. 12, pp. 124-30; doc. 16, p. 133; doc. 19, p. 135; Gaussin 1962, p. 183; Sereno 2008, pp. 298-302]. I marchesi di Monferrato mantennero con S. Maria della Rocca uno stretto legame di tipo affettivo e spirituale; secondo la tradizione, Adelasia e Agnese, rispettivamente sorella e figlia di Guglielmo il Vecchio, si ritirarono qui come monache (Adelasia risulterebbe nel 1169, Agnese vi entrò nel 1206) [Cusano 1676, n. 73, p. 198; BSSS 42, II, doc. 32, p. 145]. Il piccolo monastero venne dotato di ragguardevoli possedimenti e privilegi. Per un certo periodo fu un monastero doppio: accanto al cenobio femminile (che nel 1215 contava diciotto monache, più le converse) esistette, ben separato, un esiguo priorato maschile comprendente il priore e due frati [BSSS 89, doc. 19, pp. 25-27; Gaussin 1962, pp. 336-37]. La dipendenza dall'abbazia di La Chaise-Dieu fu mantenuta fino al 1492, quando, a causa della rilassatezza di costumi delle monache, il cenobio venne soppresso; i suoi beni furono allora legati al monastero di nuova costituzione di S. Maria Maddalena in Casale, dove, sotto la regola francescana di S. Chiara, entrarono le monache della Rocca guidate da alcune clarisse del monastero di Alessandria (1494) [Alghisi, parte II, libro II, n. 54; De Morano 1755, pp. 90-93].

Dell'antico monastero permangono tuttora significativi resti, passati a proprietà privata con le confische napoleoniche. La chiesa attuale, dedicata da epoca imprecisata a S. Caterina d'Alessandria, venne edificata nel sec. XVII, ribaltando l'orientamento della primitiva chiesa intitolata a S. Maria. Divenne parrocchiale prima degli anni '30 del sec. XVIII [Porrato 1912, p. 140]; dal 1956 fu unita aeque principaliter con Brusaschetto. La parrocchia venne infine soppressa nel 1986 [AD 1969, p. 73; Decreto vescovile 30/6/1986]

Parti della costruzione originale della chiesa sono visibili dal cortile dell'ex convento: una parete lunga circa 25 metri e alta circa 10 metri, corrispondente nella sua porzione orientale all'attuale fianco meridionale dell'edificio sacro, è costituita da ciottoli in parte apparecchiati a spina di pesce con innesti laterizi; nella porzione prossima alla facciata vi sono due specchiature con archetti pensili costituiti da frammenti di laterizio. La struttura della parete e le caratteristiche degli archetti pensili, unitamente alla struttura dei pilastri rettangolari interni, forse antichi, riconducono a fabbriche del secondo quarto del sec. XI. La chiesa originaria era probabilmente di maggiori dimensioni dell'attuale, a tre navate e con facciata rivolta a ovest [Vescovi 2012, pp. 174-77]. La seicentesca facciata a capanna, rivolta ad est, è parzialmente coperta sulla destra da una abitazione civile, che nasconde anche la base del campanile accostato al fianco settentrionale della chiesa. Interno a tre navate; la navatella di sinistra è più stretta della corrispondente di destra; abside semicircolare centrale. Sul lato destro del presbiterio si apre l'accesso alla sagrestia. Altar maggiore settecentesco restaurato nel 2002-03 da Giulio Lattanzio. Sono conservate tre tele seicentesche di diversa qualità. Sulle pareti del presbiterio vi sono dipinti murali ottocenteschi di ambientazione romana antica.

S. Sebastiano: a Rocca delle Donne. Aula rettangolare in lieve dislivello, abside su cui culmina un campanile a vela. E’ utilizzata in inverno.

Cappella di Gaiano: nella cascina Gaiano (dial. Gajàn. Gallianum - Gallanium, 1133 [Moriondo 1789, doc. 38, col. 50; Savio 1885, doc. 1, p. 151]), a nord-est di Camino, verso il Po. Nel 1133 il marchese Ranieri di Monferrato con la moglie Gisella e il figlio Guglielmo (futuro marchese Guglielmo V di Monferrato), donarono al monastero di Lucedio tutte le loro terre, con vigneti, prati e bosco, sul monte detto Gallianum nella corte di Cornale [Moriondo 1789, doc. 38, col. 50; Savio 1885, doc. 1, p. 151]. Il luogo non corrisponde al Montegalliano devoluto nel 943 da Ugo e Lotario ai canonici di S. Maria e di S. Eusebio di Vercelli, che coinciderebbe invece con un abitato scomparso localizzabile nel territorio di Terruggia, presso le attuali cascine S. Quirico [BSSS 70, doc. 7, p. 3; Bo 1980, p. 115]. Le terre di Gaiano, verosimilmente gestite dalla grangia di Cornale, dopo lunghi contrasti coi marchesi di Monferrato e con gli Scarampi, feudatari di Camino dal 1329, furono riconosciute in modo definitivo come proprietà dell'abbazia di Lucedio nel 1541 [Serrafero 1988, p. 17]. Niccolini ricordava che Gaiano fu luogo di vacanza degli abati di Lucedio e che vi era una ricca biblioteca [Niccolini 1877, pp. 476-77]. Nel 1784 la Commenda Magistrale di Lucedio passò all'Ordine Mauriziano; nel 1793 la tenuta di Gaiano venne acquistata da Vittorio Emanuele duca d'Aosta e nel 1796 fu ceduta a privati [Nutolo 2007, p. 59].

La cappella venne dichiarata pubblica nel 1818 da mons. Alciati, riservando al parroco di Camino la facoltà di celebrare la messa per qualche infermo degente in quella proprietà. Nel 1917 era ben provvista di supellettili e conservava una reliquia della Santa Croce; sopra l'altare vi era un quadro raffigurante la SS. Vergine; la piccola campana portava inciso il nome di S. Liberata [1]. La cappella settecentesca, di cui non è nota l'intitolazione, si affaccia sul lato nord-occidentale della corte interna della tenuta, evidenziata da uno slanciato campanile a sezione triangolare, privo di campane. L'oratorio, di piccole dimensioni e ben conservato, ha pianta quadrata.

Chiesa di Brusaschetto Nuovo: costruita nel 1957. Dopo anni di abbandono, tutta la frazione, chiesa compresa, è stata demolita nel 2009.


1 Notizie di Mario Cravino (2017), desunte dalla Visita pastorale Pella, 321, Risposte; Archivio storico diocesano di Casale Monferrato.